CONSULENZA STRUTTURALE PER LA REALIZZAZIONE DELL’OPERA DEDICATA A SANDRO PERTINI
Artista: Gianni Lucchesi
Luogo: Savona (SA)
Curatore: Arch. Carlo Alberto Arzelà
Taglio al plasma: Borsò Metalli
Artista: Gianni Lucchesi
Luogo: Savona (SA)
Curatore: Arch. Carlo Alberto Arzelà
Taglio al plasma: Borsò Metalli
Cosa abbiamo fatto
Il nostro apporto ha riguardato la progettazione e il calcolo della scultura di Gianni Lucchesi dedicata a Sandro Pertini, destinata alla omonima piazza a Savona, verificando che la lastra in acciaio corten, alta 6 metri e spessa 5 cm, potesse restare stabile e sicura sotto l’azione del vento. Abbiamo inoltre progettato il sistema di ancoraggio a scomparsa, che permette all’opera di emergere dalla pavimentazione senza comprometterne l’eleganza, e dato assistenza nell’altrettanto affascinante fase di montaggio sulla piazza.
La sfida strutturale
L’idea di Gianni Lucchesi, l’artista, prevedeva una lastra di acciaio monolitica di 6 metri per 2,5, e spessa 5 cm dal peso di 5464,08 Kg da modellare con il taglio al plasma. Abbiamo provato subito a lottare per ottenere uno spessore più alto pari almeno a 6 cm, ma Gianni si è sempre dimostrato inamovibile, quel centimetro in più avrebbe cambiato il messaggio dell’opera, così catturati dalla sua passione ci siamo impegnati al meglio per accontentarlo.
Il primo passo è stato capire se, questa struttura con una snellezza di 240 (rapporto caratteristico di una struttura dato dalla sua altezza divisa per lo spessore e moltiplicata per un coefficiente dipendente da come è vincolata), riusciva a sopportare le sollecitazioni di progetto a cui sarà esposta nell’arco della sua vita: vento, folla e sisma. La sollecitazione più gravosa si è rilevata quella del vento, con una spinta pari a 70 kg per metro quadro di superficie. Secondo i nostri calcoli l’opera dovrebbe, in caso di un vento di progetto, spostarsi in testa, a sei metri di altezza, di circa 25 mm. Una volta capito che cinque centimetri erano (in teoria) sufficienti, ci siamo concentrati su come la forma delle lettere potesse influenzare la migrazione delle sollecitazioni dalla sommità alla base e come l’opera si sarebbe ancorata alla pavimentazione della piazza. Gli spessori a disposizione erano veramente minimi e il sistema di aggancio doveva “categoricamente” essere a scomparsa: “la lastra deve assolutamente emergere fuori dalla pavimentazione!” ci ha detto più e più volte Gianni. Così, nei dieci centimetri che separano la pavimentazione in pietra dalla soletta in cemento armato spessa 15 cm abbiamo affogato una piastra di base delle dimensioni di 2,50 per 0,80 metri e spessa 4 centimetri, appoggiata sulla soletta e collegata a questa con 30 tirafondi del diametro di 24mm inghisati chimicamente.
Lavorare con Gianni Lucchesi è stata prima di tutto una sfida, un’avventura. Non solo per l’aspetto tecnico di una lastra di acciaio alta sei metri e spessa solo 5 cm, ma anche, se non soprattutto per l’approccio. C’è un modo di dire tipico dell’ingegneria per spiegarvi questa cosa: “Un buon ingegnere è una persona che fa un progetto che funziona con il minor numero possibile di idee originali”. Bene, questo approccio che di solito funziona benissimo nella nostra professione di ingegneri strutturisti, con Gianni è stato completamente inapplicabile, ce ne siamo accorti subito, dalle prime parole che ci siamo scambiati. Noi ingegneri siamo abituati, per formazione, a pensare subito alla soluzione finale, a realizzare una struttura semplice, economica e sicura, con Gianni queste cose sono sì importanti, ma non quanto l’idea, il processo che porta al risultato, il messaggio. Per noi è stata una rivoluzione mentale, perché sono entrate in gioco un sacco di variabili in più a quelle che siamo abituati ad affrontare, ma più andavamo avanti conoscendo Gianni e capendo la sua opera più una cosa era chiara: valeva la pena esplorare nuovi modi di concepire una struttura che potesse assecondare al meglio (e magari metterci un po’ del nostro) l’idea e che rimanesse così come Gianni l’aveva immaginata: un monolite di parole di acciaio esili ma al tempo stesso imponenti. Così ci siamo trovati a immaginare i modi più pratici per realizzare l’opera e far si che, letteralmente stesse in piedi.
Che dire, pensare che con un po’ di ingegneria si può aiutare l’arte fa sorridere ma ci riempie di felicità.